-a gold child's story-
1° capitolo: A Gold child's story
Il bambino, all’apparenza di circa 8 anni, ascoltava il racconto con i suoi intensi occhi verdi sgranati che fissavano la donna di fronte a lui, quasi volesse catturare ogni singola parola pronunciata da essa si perdessero alla sua attenzione.
Era quella la sua espressione ogni volta che la madre, o qualche anziano sopravvissuto, gli raccontavano della terra da cui era venuto e che lui non aveva mai visto, e delle gesta del grande popolo a cui apparteneva, e di cui erano in pochi ad essere rimasti.
Poi tutto d’un tratto la donna si fermò e disse dolcemente al piccolo, accarezzandogli i capelli chiari: “ forza! E’ ora di andare a dormire ora! Che è già molto tardi!”. Egli senza dire nulla si alzò e si diresse diligentemente verso il suo letto, poi si volse verso la madre e chiese se il giorno dopo sarebbe potuto andare dal vecchio Atla, che viveva non molto lontano da loro. La madre fece cenno di si, sorridendo, e poi si alzò e aiutò il bambino a mettersi a dormire e gli rimboccò le coperte e dolcemente gli sussurrò: “buona notte piccolo Mu!”.
Il giorno era ormai inoltrato, Mu si era già alzato e il più velocemente possibile cercò di consumare la sua semplice colazione. Poi si alzò, salutò la madre che premurosamente cercava di intrecciare i lunghi capelli del figlio, poi corse nel retro dell’abitazione, dove il padre aveva un piccolo laboratorio di falegnameria, e salutò anche lui. Infine velocemente uscì dalla casa.
Il villaggio non era molto grande, aveva neanche una cinquantina di semplici abitazioni, esso era stato costruito all’interno di una vallata abbastanza stretta, per poter difendersi dai nemici; l’aspetto del villaggio dove il piccolo era cresciuto non aveva assolutamente niente a che fare con le magnifiche città presenti nelle storie che gli erano state narrate.
Sull’uscio di casa, Mu rimase immobile guardandosi un po’ intorno, poi di scatto cominciò a correre verso la parte di più alta del villaggio, dove si ergeva la piccola abitazione in pietra del vecchio Atla.
L’edificio al suo interno più che a una casa, somigliava ad una grande officina. Piena di strumenti per la lavorazione dei metalli, e strani ed antichi oggetti. Essi affascinavano il piccolo non poco.
Atla era l’abitante più vecchio del villaggio, neanche si sapeva quanti anni avesse con precisione, Mu sapeva solo che erano tanti, più di quanto egli riuscisse a concepirne, però anche se anziano egli rimaneva sempre il miglior lavoratore di metalli del villaggio, e per questo era considerato un po’ il capo di esso, anche se il vecchio preferiva starsene da solo e non amava essere circondato da troppa gente. Ma questo non valeva per Mu, infatti egli aveva una vera e propria predilezione per il ragazzino, già i bambini in quel paese erano davvero pochi, in più Atla vedeva qualcosa di diverso nel bambino, negli occhi Mu rivedeva un po’ la stessa luce che avevano negli occhi i bambini che aveva visto crescere quando ancora si trovava nella sua terra natia, e che poi aveva purtroppo anche visto perire sotto i colpi di cavalieri vestiti di nero, o per il grande maremoto che aveva colpito quella terra quasi nello stesso istante.
Mu entrò nell’edificio, ma lo trovò stranamente vuoto, cominciò a chiamare Atla, ma non ricevette risposta. Poi guardandosi intorno, la sua attenzione venne catturata da una sfera completamente nera, poggiata su un tavolo in mezzo agli oggetti di lavoro. Egli si avvicinò per osservarla da vicino, stava per allungare la sua candida mano per toccarla, quando venne richiamato dal vecchio che era appena rientrato in casa, con uno strano aggeggio di metallo sotto braccio.
“oh, salve signor Atla!” disse sorridendo il ragazzino, che si era voltato verso l’ingresso.
“Salve piccolo!” rispose pacatamente l’anziano uomo, mentre poggiava l’oggetto che aveva in mano, su un ripiano vicino all’entrata. Poi si avvicinò al bambino e disse: “ ti piace quell’oggetto?!” riferendosi alla sfera.
Mu rispose che gli sembrava una cosa davvero particolare e affascinante. Atla rispose che lo era veramente: “…sai, quell’oggetto proviene direttamente da Atlantide!”
“da Atlantide?!” rispose Mu pieno di stupore e meraviglia.
Il vecchio sorrise, sapeva che quelle storie al bambino piacevano parecchio, poi riprese a parlare: “ si, proviene proprio dalla capitale della nostra terra natia. E forse questo è l’ultimo esemplare rimasto! Mentre all’epoca ne esistevano sette…sette sfere nere come l’oscurità ma allo stesso tempo trasparenti come il cristallo…tre situate ognuno nei tre punti mistici formati dall’incrocio degli assi che sostenevano l’intera città di Atlantide, e le altre quattro situate negli altri quattro più importanti centri del continente! Sai, sono fatti di metallo…”
“di metallo!?” chiese stupito il ragazzino “non sembra metallo, questa sfera è si nera, ma sembra quasi trasparente!”
Atla sorrise nuovamente e ricominciò a spiegare: “ lo sai, vero?! Te l’ho detto spesso che i Lemuriani sono sempre stati maestri nell’arte della metallurgia!”. Mu asserì. “Bene!” riattaccò il vecchio “ questa sfera è fatta di un metallo ormai sconosciuto, ed è stata costruita dai nostri antenati, il suo scopo era quello di regolare i flussi della vita del nostro continente, di proteggerlo, e poi serviva anche come contatto tra un luogo all’altro in cui le varie sfere erano situate!”
“Un contatto?!?” ripetè interrogativo il bambino “cioè significa che attraverso queste sfere la gente poteva vedere quello che accadeva da qualche altra parte, e mettersi in contatto con le persone che stavano vicine ad un’altra di queste sfere?!?”
“Più o meno” disse Atla “ si, esse potevano svolgere anche il compito di messaggero, ma non potevano essere usate da chiunque, solamente un puro spirito lemuriano, una persona nata con particolari capacità telecinetiche poteva adoperarli, e i più dotati erano capaci anche a volte di vedere il futuro attraverso esse!”
“Ma se si poteva vedere il futuro perché allora nessuno è stato avvertito dell’attacco all’isola?!?” disse accaldandosi Mu.
Il vecchio però tristemente spiegò al bambino che era da parecchie generazioni che non nasceva un individuo in grado di poter utilizzarle, e che ormai la sfera era comunque inutilizzabile e per questo era diventata quasi totalmente nera.
Poi il vecchio tornò al suo lavoro, riprese quello strano oggetto che aveva portato, e cominciò a batterlo. Mu si avvicinò curioso e chiese: “ signor Atla, che cosa è quell’oggetto?!”. L’uomo rispose che era la parte di una normale corazza, e il bambino stupito chiese se lui fosse in grado anche di riparare delle armature.
“Certo piccolo” rispose sorridendo “ questo tipo di armature sono uno scherzo da riparare…ma ti dirò di più, tra noi sono sempre esistiti alcuni individui in grado di riparare addirittura i sacri Cloth creati dalla stessa dea Athena!”
“Davvero?!?!?” chiese Mu spalancando gli occhi dalla meraviglia “ e voi ne siete in grado?!?”
Atla scosse la testa negativamente, poi guardò il piccolo e disse: “ però si dice che da qualche parte ci sia qualcuno del nostro popolo ancora capace ad esercitare questa arte!”
Il bambino era sempre più perplesso. Come era possibile ciò?! Nel villaggio il miglior lavoratore di metalli era senza dubbio Atla, e da quello che gli avevano detto gli unici sopravvissuti alla distruzione delle loro terre natali, vivevano tutti in quella contrada.